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Sport estremi in Sardegna: la Ferrata del Cabirol a Capo Caccia (Alghero)

Ogni grande amante del trekking, son sicura che, ad un certo punto della vita, voglia provare qualcosa di più.

Quei brevi passaggi di roccia in verticale, quelle camminate interminabili e rigeneranti, quelle scale sospese nel vuoto fatte con i rami degli alberi, gli straordinari paesaggi conquistati con fatica, la testa leggera, gli scorci di una natura spettacolarmente insidiosa e quelle vedute dall’alto suggeriscono idee folli una volta tornati a casa. Tipo che noi non siamo nati solo per camminare.

Non ci si pensa su più di tanto quando su due piedi si sceglie di intraprendere una via ferrata, il giusto compromesso tra il semplice trekking e la difficile arrampicata, forse perchè effettivamente non si ha la ben che minima idea di ciò che realmente sarà. Si guardano le foto e i video sparsi nel web, si leggono racconti, descrizioni e testimonianze, ci si allena e si pensa che se ce l’hanno fatta gli altri poco esperti…

Insomma io personalmente non ho pensato granchè! Quindi inutile chiedermi il perchè!!!

Prenotata la guida per il 18 settembre, chiamato un paio di amici pazzoidi, partiti prestissimo la mattina, arriviamo ai piedi dell’imponente promontorio di Capo Caccia (Alghero) alle h 8.30 fin troppo tranquilli.

La bellezza selvaggia e esagerata di quel posto, visto per la prima volta, mi ha sconvolto. In molti già ricorderete la mia prima volta a Masua e Nebida , davanti le falesie a picco sul mare, ecco l’effetto è stato più o meno lo stesso! Ammutolita. Il fatto che il tempo non promettesse niente di buono, tra nuvoloni e mare grosso, ha accentuato la spettacolarità del luogo che mi ha tolto il fiato!

Il percorso di avvicinamento alla via Ferrata del Cabirol, che attraversa in verticale e in orizzontale le pareti rocciose davanti l’isolotto di Foradada, con un’altezza di circa 200 metri, è stato abbastanza semplice: un quarto d’ora di puro trekking tra basse rocce e copiosa macchia mediterranea con alle spalle il pittoresco golfo di Porto Conte.

Eravamo in tanti e iniziamo subito a parlottare per conoscerci ed ingannare quel poco d’ansia che nessuno ammetteva effettivamente di avere. Subito all’accesso alla ferrata, ci ha accolto un grosso pannello che ricordava le regole fondamentali ed obbligatorie da seguire; noi già tutti imbragati e eruditi sul da farsi ogni qualvolta che si incontra un cavo d’acciaio, le nostre guide sono state precise e puntigliose all’inizio, iniziamo la prima piccola disarrampicata che ci ha portato lungo un sentiero impervio per sbucare poi dentro il ventre della cengia, lungo un passaggio su massi di frana, senza bisogno di cavi e riparato dal vento che iniziava a soffiare forte.

E poi la morte! No scherzo! Uno spavento però sì.

Ci siam ritrovati sotto il tetto di una parete rocciosa e lo sguardo ha iniziato a spaziare verso su: la verticale gradinata sospesa nel vuoto che avevo visto e temuto in foto, era lì davanti ai miei occhi e stava aspettando tutti noi, uno per uno.

Ora posso filosofeggiare sul fatto della bellezza estrema di quel momento pazzesco ma quel passaggio è stato il mio personale inferno in quell’angolo di paradiso. La paura, il terrore, l’apnea, la devastazione, il dubbio di non farcela, lo spavento nel vuoto, la morte dietro l’angolo, l’incoraggiamento che non capivo e la profonda delusione di non farcela. Poi mi son ricordata di respirare: inspirare-espirare e il cervello ha ripreso correttamente a funzionare. Ho lanciato un urlo di guerra che nemmeno Spartacus, ho afferrato il gradino davanti a me con tutta la forza che avevo in corpo e via, su per 25 metri (che mi son sembrati il triplo), gradino dopo gradino, scandendo bene ogni movimento con la doppia longe e maledicendo, come mio solito, ogni singolo raviolo mangiato! (Ora posso anche umilmente chiedere scusa ai miei prodi compagni di avventura per aver bloccato il gruppo a 160 mt da terra, per aver detto tante di quelle parolacce che manco nei film di Vanzina e per aver fatto riscendere la guida, fin troppo paziente, a soccorrermi! SCUSATEEEEEEEEE!!!)

Non dico che dopo questo siparietto poco piacevole, sia stata una passeggiata, ma poi è filato tutto relativamente liscio, sebbene il percorso di rientro sia tecnicamente più impegnativo tra piccole verticali gradinate e pericolosi traversi esposti (la mia parte preferita!), tra pendii scavati, discese gradinate e infide pietraie.

La tecnica è da affinare (leggi: imparare da zero), nel modo di tenere il cavo (la guida mi ha accusato svariate volte “lo stai violentando quel cavo Ericaaaaaa!”), di posizionarsi nei traversi (“ non si incrociano i piedi Ericaaaaa”), di salire o scendere i gradini (“usa la roccia e i gradini naturali ancheeeee”) e come evitare di inventarsi assurde capriole tra i cavi nei pressi di un precipizio ( “se ti chiedessi di rifare sta roba al parcheggio non sapresti manco da dove iniziare!”) ma per essere la prima volta… Ragà la PRIMA VOLTA nella ferrata più difficile dell’Isola!!!

Quattro eterne ore rese ancor più stupefacenti da panorami straordinari di una natura illibata, quegli scorci a noi umani tenuti nascosti, quegli scorci regalati solo al falco pellegrino e al grifone, specie che qui han trovato l’habitat perfetto. Dicono che lassù ci si senta come creature alate: libere, nel silenzio, invincibili. Come uccelli, angeli piuttosto.

Quattro eterne ore condite da canti, infinite risate, cori, fotografie e selfie (non mossi!). Insomma, una ferrata adrenalinica e mozzafiato ma, allo stesso tempo, divertente e serena (sempre non tenendo conto dei 10 minuti di terrore…ma su 4 ore ci stanno và!).

E se porterò dentro me il ricordo di una ferrata più come un’ indimenticabile rocambolesca commedia è grazie a tutti coloro che ne hanno fatto parte, iniziando da Antonello Nonne professionista a dir poco eccezionale che già mi aveva guidato a Tavolara, supportato da Gianluigi Paffi, esperto impeccabile, per arrivare ai vecchi, ai ritrovati e ai nuovi compagni di avventura: Adriana, Naomi&Antonio, Lieta&Gianfranco, Michelina&Giovanni, Luca, Lucia, Matteo, Stefano, Andrea, Giovanna e Antonella.

GRAZIE DI CUORE!!!

La ferrata è per pochi,

è per i folli,

è per chi pensa che noi non siamo nati solo per camminare,

ma per volare sempre più in alto!!!

Quindi se Vi state chiedendo se Ve la sto o meno consigliando, vista la mia esperienza, bè…

se Voi credete di poter volare, allora perchè no?!

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