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Trekking in Sardegna: l’Isola di Tavolara

C’era una volta il regno di Tavolara. Agli inizi del 1800 un umile contadino si spostò sull’Isola disabitata dove costruì una casetta con tutti i comfort, possibili per l’epoca, per lui e la famiglia.

Coltivò quella terra con amore e le “sue” capre selvatiche vennero su che una meraviglia tant’è che divennero così tanto famose per i loro denti d’oro (colorazione dovuta all’alimentazione di particolari piante presenti sull’isola) che un bel giorno il Sig. Giuseppe Bertoleoni ricevette la visita del re Carlo Alberto di Savoia in persona. Dall’alto della sua modestia gli si presentò a sua volta come Re di Tavolara e ben presto lo diventò. Il Re di Piemonte e di Sardegna infatti lo nominò ufficialmente sovrano dell’Isola con tanto di pergamena depositata alla Prefettura di Sassari, dandogli in pegno un orologio d’oro. Tanti anni dopo, il nipote Carlo, ricevette la visita dei funzionari della Regina Vittoria del Regno Unito che riconobbe il suo regno e che scattò una foto alla famiglia custodendola proprio dentro Buckingham Palace affianco allo stemma di Tavolara e riportando la dicitura: “La famiglia reale di Tavolara, nel golfo di Terranova Pausania, il più piccolo regno del mondo”.

Ed io sabato son partita proprio alla conquista dell’Isola di Tavolara, proprio come più di 200 anni fa fece colui che fu Re Giuseppe!

Il trekking, ormai lo sapete, è per me una delle attività più interessanti, entrare nel cuore della terra che mi ospita, sentirla scorrermi nelle vene e saper ogni volta ritrovare me stessa cogliendo la meraviglia che spesso dimentichiamo esista intorno a noi, son gli aspetti che più mi affascinano. L’escursione alla quale ho preso parte non è stata però un semplice percorso di trekking, è stata più una peripezia, un spingersi oltre i proprio limiti, un’avventura pazzesca che rifarei altre mille volte ma che, allo stesso tempo, non rifarei mai più. Per certi versi ha preso anche una piega mistica. Una cosa è certa, fino ad ora è stata l’esperienza più straordinaria della mia vita.

Partiamo sabato in serata, al fresco. Da Cala Finanza (dopo Porto San Paolo), il gommone ci porta a Tavolara e ci lascia al molo carichi come muli e prontissimi ad affrontare la tanto attesa scalata verso Punta Cannone, 565 mt, punta più alta dell’Isola. Attraversiamo la spiaggetta affianco al molo e tutti si girano a guardare e leggo nei loro occhi pura incredulità. Il primo tratto è un sentiero in terra ma ben presto diventa una ripida salita tra arbusti che graffiano e rocce da scavalcare. Ridendo e scherzando arriviamo al primo tratto che ci toglie il fiato: attraversare un ramo di ginepro sospeso nel vuoto. Non guardiamo giù ma appena riusciamo ad oltrepassarlo il panorama alle nostre spalle si fa sempre più bello. I colori del nostro mare ci rapiscono per tutta la salita e quasi sembra sia lui a darci la forza per andare sempre più su. E’ sfiancante lo zaino pesante ma ancora siamo ignari di cosa ci aspetta. Arriviamo al primo punto panoramico (da urlo!) con il sole che fa scintillare l’acqua tutt’intorno a noi ed è proprio lì che ci dobbiamo imbragare. Quel casco non promette niente di buono penso e infatti la via ferrata inizia subito. “ Maledetti ravioli!” continuo a pensare ma quel bisogno di spingermi sempre oltre i miei limiti e, soprattutto, la mia testardaggine innata mi porta su con le mani doloranti sul filo d’acciaio che per qualche istante temo di mollare. La parete rocciosa che scaliamo non da tregua e il sole ha già dipinto di rosa l’orizzonte: siamo dannatamente in ritardo!

Affrettiamo il passo,ci facciamo seri e chiudiamo la bocca (per l’ultimo tratto ci riusciamo!) e arriviamo finalmente a due passi dalla cima completamente distrutti. Il sole è già sceso dietro le colline ma tra un cavo d’acciaio e un altro riesco a fare qualche buona foto, lo spettacolo è impagabile. Ancora una volta ringrazio il Cielo per vivere in Sardegna!! Ma c’è qualcun altro da ringraziare che sia andato tutto bene. Sopra la nostra testa, posizionata sulla punta dell’Isola c’è una piccola Madonna bianca. Decidiamo di raggiungerla, qualche altro tratto di arrampicata (tanto ormai ci abbiamo fatto il callo!) e arriviamo proprio in cima. Il silenzio di madre Natura ci avvolge. Idilliaco momento.

Lo sguardo fugge a 360 gradi. La Corsica, l’Arcipelago de La Maddalena, Olbia, Golfo Aranci, le isole di Molara e Molarotto, Punta Coda Cavallo e mi sembra di intravedere anche le adorate montagne del mio paesino: San Pantaleo.

Tutta la poesia si interrompe quando torniamo giù a cenare a lume delle ultime luci del crepuscolo. Da buoni sardi togliamo fuori di tutto e di più: pane, salsiccia, pomodori, formaggio, tramezzini, anguria, melone, dolci, vino e caffè. Se non avessimo dovuto dormire lì son sicura che la roba da mangiare sarebbe stata il doppio negli zaini!!!

Una menzione speciale in questa avventura va alla notte trascorsa in bianco. Sarà l’adrenalina, la felicità, i pensieri del domani, l’ansia di fotografare l’alba, i litri di acqua bevuta e i chili di roba mangiata o chissà che altro ma i miei occhi non si sono chiusi un istante. E’ stata una notte altamente spirituale. Il non capacitarsi di quanta bellezza possediamo, le luci tremolanti di Olbia, il tramonto di una magica luna rossa, la musica proveniente da San Teodoro, la via lattea visibile ad occhio nudo proprio sulla mia testa, l’infinità dell’universo, le cinque stelle cadenti beccate, la favola del regno di Tavolara, gli aerei che falciavano il cielo a tutte le ore e i suoni della natura mi hanno fatto compagnia fino alle cinque quando, mentre gli altri russavano, ho impugnato la Canon e son salita ad aspettare l’alba. Una situazione soave. Pian piano i miei prodi compagni mi hanno raggiunto e tutti assieme abbiamo assistito alla lenta nascita del sole, un disco grande e infuocato che ha donato al cielo tenui gradazioni calde.

Dopo un’abbondante colazione, tanto quanto lo era stata la cena, è ora della discesa. Siamo tutti ottimisti, la discesa, nonostante tutto, è sempre più facile. Non facciamo in tempo a dirlo che la nostra guida ci indica l’unico passaggio da fare, un salto in corda sulla roccia a picco sul mare. La paura mi attanaglia il cuore. In un lampo mi passa davanti la mia vita e, soprattutto, il sorriso di Marco. Non sono solitamente una persona che fa tragedie ma nella mia mente penso a come sarebbe triste il mio funerale senza le rose fuxia che ho dimenticato di ricordare a chi di competenza! Quindi rastrello nel cervello i pezzi di coraggio che si è sgretolato alla vista di quel dirupo e mi butto. No cioè mi butto è in senso metaforico. La paziente guida mi imbraga e mi spiega che devo fare, i miei compagni di disavventura da sotto mi incitano e mi incoraggiano (facile, dopo che l’hai fatto!) e inizio la discesa. Nell’ultimo tratto talmente che ci prendo gusto che sembro una scalatrice esperta saltellando anziché continuare a piccoli passetti! Arrivo sana e salva e decisamente rinvigorita! Tutto il resto della discesa sarebbe stato un gioco da ragazzi dopo ciò, pensiamo tutti. Ma non abbiamo ancora imparato a starci zitti. L’antica Hermaea non perdona! Ancora scivoli di roccia, ancora corde, ancora cavi d’acciaio e nuovamente il ramo di ginepro sospeso nel vuoto! Ancora rocce da scavalcare, ancora sentieri in terra ripidissimi, qualche caduta di sedere (e in questo caso “ grazie ravioli!”) e ancora tante risate!

E poi improvvisamente inizio a sentire la musica che preferisco: le onde del mare che gentilmente abbracciano le basse scogliere sotto di noi. Siamo quasi arrivati. Stanchi morti ma arrivati. Quella vista pazzesca da su diventa una distesa di colorati sassi smussati sulla lunga spiaggia di Spalmatore da una parte e di candide e grandi pietre di Cala Tramontana dall’altra, di fine sabbia chiara sui nostri asciugamani, di granito rosa modellato, cornice perfetta per i miei scatti, e di cristallina acqua turchese dentro la quale sguazziamo subito come bambini felici. La conclusione perfetta a 24 ore perfette.

Bugia! La conclusione perfetta è stata il pranzo Da Tonino (quarto Re di Tavolara che mangia poco distante da noi) con una squisita spaghettata al gusto di mare ovviamente e sotto il vigile sguardo della famiglia reale ritratta a fine ’800! Dopo il bagno nelle favolose acque della spiaggia diSpalmatore di Terra non potevamo non sederci a brindare a questa splendida esperienza, a ridere e a scherzare ancora una volta tutti assieme prima di salutarci!

Un immenso GRAZIE va ai miei simpaticissimi e matti, tanto quanto me, compagni di avventura: Giovanni, Franco, Lieta&Gianfranco,Michelina&Giovanni. Non avrei potuto chiedere compagnia migliore! Avete trasformato questa difficoltosa e impossibile escursione in una semplice passeggiata tutta da ridere e da mangiare! Ps. Grazie perché adesso so anche parlare il dialetto Fonnese !!!

Il GRAZIE più grande (potessi lo scriverei a caratteri cubitali) va alla guida ambientale escursionistica della Gennargentu Escursioni: Antonello Nonne. Un professionista eccezionale che ci ha guidato egregiamente e che ci ha raccontato dettagliatamente Tavolara, che ci ha dato forza e rassicurato nei momenti per noi più tragici (ricordiamoci la calata in corda nello strapiombo!), che ci ha aiutato fisicamente nei punti più difficili come fossimo leggeri come piume. Una persona sempre sorridente e mai stanca (ma come fa?) e che ci ha fatto sentire a casa mentre eravamo sul cucuzzolo della montagna con la moka che ci inebriava col profumo di caffè. Davvero G R A Z I E D I C U O R E!!!

Ci sarebbe ancora molto da scoprire, l’Isola di Tavolara è molto estesa e ha mille altre perle nascoste che tornerò sicuramente a scoprire! Ma, per il momento, dal Regno di Tavolara è tutto!

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